Le strane tesi di Jeffrey Sachs, a proposito di enciclica. Renzi è o no della famiglia migliorista?

Al direttore - Leggo sul Foglio che l’economista Jeffrey Sachs vorrebbe sconfiggere la povertà entro il 2030 promuovendo, tra le altre, l’”uguaglianza di genere”, concetto fumoso che evoca per altro sinistre assonanze con la dottrina omosessualista dell’ideologia di gender. Contro simili tesi massimaliste, che spesso e volentieri hanno trovato una sponda anche in certo cattolicesimo sociale più sensibile alla salvezza dell’economia che all’economia della salvezza, conviene ricordare quanto Gesù ebbe a dire nei confronti di coloro che, sdegnati perché una donna che gli aveva unto il capo con “olio di nardo genuino di gran valore”, inveivano contro di lei dicendo che quell’olio si sarebbe potuto vendere a più di trecento denari e darli ai poveri: “Lasciatela stare; perché le date fastidio? Ella ha compiuto verso di me un’opera buona; i poveri infatti li avete sempre con voi e potete beneficarli quando volete, me invece non mi avete sempre”. Altro che lotta alla povertà, l’essenziale è altro.
Luca Del Pozzo
Luca Del Pozzo
Al direttore - Nei documenti, convegni, riunioni gli stessi protagonisti hanno sempre scelto di chiamarsi “riformisti” piuttosto che “miglioristi”. Ancora oggi Landini e Vendola, le cui idee spesso non condivido, si definiscono “riformisti”. Dunque, il campo è molto vasto. A me sembra che sarebbe stato utile per il vostro incontro di Milano coinvolgere compagni e compagne che su quella esperienza hanno da dire. Come Emanuele Macaluso, tanto per fare un esempio.
Franca Chiaromonte
Franca Chiaromonte
Non tutti i miglioristi sono renziani, lo abbiamo capito, ma gli unici ex Pci con cui si trova in sintonia Renzi sono miglioristi. Gli unici, senza eccezione. Io dico che non è un caso.
Al direttore - E’ stato quanto mai opportuno l’editoriale sulle Lezioni americane sui derivati in banca che sottolinea come Deutsche Bank e il Santander potrebbero non superare gli stress test americani, pur avendo superato a pieni voti quelli europei. A differenza di questi ultimi, i test americani danno un peso fondamentale alla governance delle banche e al risk management e, in questo quadro, ai rischi degli investimenti in derivati. L’impostazione europea riflette, purtroppo, il ruolo totalizzante attribuito alla Vigilanza prudenziale rispetto a quella strutturale e poi è ossessionata dai titoli pubblici dei cui rischi non solo i tedeschi, ma anche altri esponenti nel Supervisory board, vogliono, come si rileva da un’intervista dell’italiano Angeloni, una inaccettabile enfatizzazione, dimenticando che sono stati proprio i derivati alla base della tempesta finanziaria perfetta e su di essi bisognerebbe concentrarsi. Per non dire dell’Eba: un’Authority bancaria che finora ha dimostrato solo la sua inadeguatezza. Tra le cose da rivedere profondamente nel funzionamento dell’Unione e dell’Eurosistema vi sono i criteri, le modalità e le metodologie della Vigilanza, perché, diversamente, il processo di Unione bancaria, decollato senza l’introduzione di una par condicio normativa nell’area, rischia di presentare, mutatis mutandis, le stesse incongruenze dell’Unione monetaria. Si agisca, questa volta, per tempo.
Angelo De Mattia
Angelo De Mattia
A pensar male si fa peccato ma spesso ci si indovina, e il fatto che la Vigilanza europea sia molto severa con quelle banche, ovviamente non tedesche, che hanno in pancia i titoli di stato dei paesi membri mi sembra una sciocchezza colossale. God bless America.
Al direttore - Le scrivo in merito all’editoriale apparso il 21 febbraio dal titolo “Bicchiere mezzo pieno, ma un po’ amaro”, e in particolare in relazione al passaggio in cui si afferma che i congressi di FederAnziani sarebbero “casualmente” sponsorizzati da Federfarma. Teniamo a precisare che tale affermazione è assolutamente falsa e infondata in quanto FederAnziani non riceve alcun contributo o sostegno economico da parte di Federfarma. Federfarma partecipa come interlocutore ad eventi organizzati da FederAnziani, federazione della terza età impegnata sui temi della salute, semplicemente in quanto protagonista della filiera della sanità, al pari delle società medico-scientifiche, dei medici di medicina generale e delle istituzioni, attori che FederAnziani puntualmente coinvolge nel proprio lavoro per la costruzione di proposte che consentano l’evoluzione del Servizio sanitario nazionale, senza per questo ricevere alcun tipo di contributo dalla federazione dei farmacisti. Quanto alla norma sulle liberalizzazioni della vendita dei farmaci, FederAnziani non ha soltanto esultato a nome dei pazienti, a seguito della decisione del Cdm di lasciare la vendita dei farmaci di fascia C appannaggio delle sole farmacie, ma nelle settimane precedenti aveva lanciato ripetuti gridi d’allarme perché liberalizzare il mercato avrebbe esposto al rischio di chiusura le 7.000 farmacie rurali del nostro paese, di cui la metà oggi sussidiate finanziariamente purché non abbandonino il territorio. Chiudendo queste farmacie rurali di fatto avremmo perduto l’unico presidio sanitario nei piccoli centri e una delle principali forme di tutela sanitaria nei confronti della popolazione più fragile, degli anziani e dei malati cronici. La invitiamo pertanto a rettificare l’articolo in tal senso, riservandoci tutte le azioni legali a tutela della reputazione e dell’onore della nostra federazione, fortemente lesa dal vostro articolo che sottintende l’esistenza di una “lobby” e di un’azione, da parte di FederAnziani, mirata alla tutela della categoria dei farmacisti dietro un presunto compenso. Al giornalista spetta l’onere di verificare le informazioni, accertare e rispettare la verità sostanziale dei fatti narrati, verità che ci auguriamo vogliate prontamente ripristinare attraverso opportuna rettifica.
Roberto Messina, presidente nazionale FederAnziani
Roberto Messina, presidente nazionale FederAnziani